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«Maledetta pioggia!» sbottò il commissario. La volante guidata dall’agente abbandonò la larga strada che passava sotto i cavalcavia dell’ateneo e si immise in una traversa del quartiere studentesco. Era una mattinata di fine novembre, una di quelle mattinate grigie e piovose che sembrano l’una la fotocopia della precedente. Il lampeggiante dell’auto della polizia roteava silenzioso, colorando di blu quella scena da vecchio film come un pennello impazzito. Sui marciapiedi la gente cominciava frenetica la propria giornata. Neanche la pioggia scrosciante può fermare il ritmo della città. Lo studente assonnato si dirige verso l’università con la sua borsa a tracolla strabordante di appunti e con l’ombrello sgangherato; l’impiegato d’ufficio, lucido come la pelle delle sue scarpe, procede elegante scansando le pozzanghere e proteggendosi sotto il gigantesco ombrello nero; l’operaio straniero corre sotto la pioggia nel suo pesante maglione sporco di calce e cemento per arrivare in tempo alla fermata del tram; la vecchietta ritorna a casa lentamente, sotto il suo ombrello floreale, dopo essere stata dal panettiere. Anime diverse che vivono vite diverse, parallele, senza incontrarsi mai. Eppure quella mattina, tutti loro furono attirati dalla luce della volante che, amplificata dalla pioggia, sembrava quasi volerli scuotere violentemente.
L’auto svoltò nuovamente in una via a senso unico. «È qui, vero?» chiese il commissario dopo aver visto un’altra auto della polizia e un’ambulanza ferme più avanti.
«Sì, al numero 23.» rispose l’agente.
«Comincia un’altra giornata.» sbuffò.
La volante si fermò di traverso davanti l’ingresso di un palazzo antico. La facciata era fatta da una pietra grigia come il cielo di quel giorno. Balconi riccamente lavorati con stile gentilizio si affacciavano sulla strada. Il portone era spalancato e dava in un corridoio interno con la volta ad arco tinteggiata di bianco. Lì sotto un agente di polizia e due paramedici chiacchieravano riparandosi dalla pioggia. Il commissario indossò il cappello, scese dall’auto e corse verso l’edificio, bagnandosi sotto il diluvio.
L’agente di guardia si voltò di scatto: «Buongiorno commissario!»
«Buongiorno. Dov’è?»
«Qui al piano terra, in fondo al corridoio.» rispose il poliziotto indicando l’ingresso al palazzo con il pesante portoncino in metallo e vetro aperto.
«Grazie.»
Il commissario varcò l’entrata. Una signora sulla cinquantina era ferma all’inizio della rampa di scale con il viso sconvolto e gli occhi lucidi dietro gli spessi occhiali da vista. Sulla sinistra, seduta su una panca in legno circondata dalle piante, c’era un’altra donna più giovane, con i capelli scuri a caschetto, anch’essa con lo sguardo perso nel vuoto. Il commissario si fermò a osservarle. Entrambe indossavano una vestaglietta rosa con i bordini scuri portata sopra i normali vestiti. Per terra era disposto accuratamente un cestino con prodotti per la pulizia della casa e strofinacci; vicino a esso c’erano dei secchi e delle scope. L’odore dei detersivi si diffondeva nell’aria gelida dell’autunno. «Salve.», disse piano il commissario accennando un sorriso di gentilezza, «Sono il commissario Gallo. Siete state voi a trovarlo?»
«Sì…» rispose la più anziana delle due.
«So che in questi momenti è difficile ma avrei bisogno di qualche informazione in più.» disse Gallo.
La più anziana aggiunse: «Abbiamo già detto tutto al suo collega… Comunque… Questa mattina siamo arrivate qui verso le sette, come al solito, per fare le pulizie. Poco dopo ho ricevuto la telefonata dei suoi genitori, mi hanno detto che il suo cellulare risultava spento e pensavano che avesse preso sonno. Si sentivano ogni mattina. Poverini… Mi hanno chiesto di andare a svegliarlo. Ho bussato alla porta ma non mi ha risposto.»
«Avete una copia delle chiavi?»
«Sì, ho cercato di aprire la porta ma era chiusa dall’interno, con la chiave ancora nella serratura. Abbiamo chiamato il fabbro che ha un negozio qui dietro e…»
«Va bene.» la interruppe il commissario, «Basta così.».
Rimasero in silenzio per qualche secondo.
«Era un ragazzo così tranquillo!» esclamò la più giovane scoppiando a piangere. Gallo fece un respiro profondo ed entrò nel corridoio.
Il commissario si guardò attorno. L’ambiente era stretto e senza finestre. Probabilmente, un tempo, quel corridoio era stato parte di un appartamento unico, esteso per tutto il piano terra. Con la costruzione della nuova sede universitaria, quel palazzo aveva subito lo stesso destino di altri palazzi storici del quartiere: le grandi stanze abitate da anziani benestanti, una volta libere, erano state spezzettate, ricavandone monolocali da affittare a giovani studenti. Un ricambio generazionale applicato a un intero frammento di città. Da quel vecchio appartamento erano stati ricavati cinque locali. Cinque porte si affacciavano in quel corridoio: due a sinistra, due a destra e una in fondo. Le porte ai lati erano socchiuse e dietro di esse ragazzi si affacciavano, incuriositi. La porta in fondo era spalancata. All’interno degli uomini parlavano ad alta voce. Gallo procedette verso l’ultimo appartamento e vi entrò. «Salve ragazzi!» disse. Le tre persone presenti lì dentro risposero al saluto. Il locale era incredibilmente piccolo ma ben arredato. Era costituito da due vani di forma rettangolare disposti perpendicolarmente al corridoio e uniti, in modo sfalsato, dal lato più corto. Il primo dei due vani poteva essere considerato come una specie di cucina, dotata di un paio di vecchie piastre elettrice, di un lavandino e di un frigorifero. Un tavolo e varie mensole completavano l’arredamento. Il secondo vano costituiva la zona notte e studio; una porta conduceva in un terzo vano quadrato, nascosto inizialmente alla vista, in cui trovava posto il bagno. L’unica fonte naturale di luce era costituita da una portafinestra verso un balcone affacciato sul cortile interno dell’edificio. Le pareti erano gialline e piene di macchie scure causate dall’urto accidentale con mobili e sedie.
«Venga commissario, venga! Perché è lì impalato?! Non abbia paura!», a parlare fu un uomo alto e magro. Completamente calvo e sbarbato, diffondeva nell’ambiente a ogni suo movimento il forte odore del dopobarba. Sul naso aquilino indossava un paio di piccoli occhiali rotondi con una montatura metallica di colore grigio opaco. Il suo sguardo era vispo e beffardo, come di una persona capace di scherzare e di prendersi gioco del suo interlocutore in qualsiasi situazione. Di professione medico legale, era una vecchia conoscenza del commissario.
«Dottor Cerutti cosa mi sa dire sulla morte del giovane?» disse Gallo. Il medico era inginocchiato accanto al letto incassato sotto l’armadio, si alzò e fece cenno al poliziotto di avvicinarsi. Il commissario eseguì. Nel letto giaceva un ragazzo: era steso sul fianco sinistro, con le spalle rivolte al muro e il viso verso il resto della stanza. Aveva gli occhi chiusi, era sotto le lenzuola, con la guancia sinistra appoggiata sul cuscino: pareva che dormisse. Il colorito pallido sul viso coperto da una corta barba castana e la innaturale immobilità tradivano la sua reale condizione.
«Nessun segno di violenza, nessuna ferita, nessun livido. Non credo sia stato ucciso da qualcuno.» disse il dottore.
«Suicidio?» chiese il commissario indicando una mensola sopra il letto ricolma di medicinali.
«Avrei bisogno di fare esami più approfonditi ma nessuno dei medicinali qui presenti sarebbe abbastanza forte da uccidere un uomo.» rispose Cerutti.
Gallo si avvicinò alla mensola. Sembrava tutto in ordine e, a giudicare dal sottile strato di polvere, nessuno di quei medicinali era stato utilizzato di recente. «Ora del decesso?» chiese.
«Approssimativamente tra le due e le tre di questa mattina…»
«Potrebbe essere stata un’intossicazione di qualche genere?» insistette il commissario «Magari alimentare!» aggiunse dirigendosi verso il vano cucina.
«È difficile da dire al momento. Pare essere morto nel sonno: non si è assolutamente svegliato.»
Il commissario vide una tazza ed un pentolino sul ripiano del lavello, si girò verso la pattumiera e notò due bustine di camomilla ancora umide. «Deve aver preparato una camomilla prima di andare a letto.», disse, «Fate analizzare il contenuto della pattumiera!» ordinò a uno dei due agenti presenti. Aprì il frigorifero. Era praticamente vuoto. Come la metà dei frigoriferi degli studenti universitari: pieni di roba, anche andata a male, oppure deserti come la spiaggia d’inverno. Gallo non notò nulla di strano al suo interno; dalla cura con cui erano disposti quei pochi alimenti, capì che il ragazzo doveva essere stato un tipo molto preciso e gli risultò difficile credere a un’intossicazione dovuta a pura disattenzione. «Prendete anche il contenuto del frigorifero e le bottiglie d’acqua.», disse, «Meglio essere certi che non ci sia nulla di strano.». Sbuffò e ritornò nella zona notte.
«Cosa sappiamo su di lui?» chiese a un agente.
«Aveva ventitré anni e studiava informatica qui alla facoltà di ingegneria. Questi sono i suoi documenti, erano in un portafoglio in quel mobile.», l’agente cosegnò i documenti al suo superiore. Il commissario li prese e osservò le mensole piene di libri e dispense.
«Avete parlato con i genitori?»
«Sì signore, ci hanno confermato la versione delle donne delle pulizie. Erano distrutti… Arriverannò in città nei prossimi giorni; gli ho detto di venire in commissariato non appena è possibile.»
«Bene» disse Gallo. Avvicinandosi di nuovo al letto, notò un piccolo libro sulla mensola incassata, proprio sopra la testa del ragazzo. Lo prese. Era blu, con la copertina in plastica ruvida ma flessibile, leggermente lavorata come a voler imitare, al tatto, la pelle. Le pagine erano bianche, leggerissime e scritte con caratteri molto piccoli. Era una Bibbia. Una di quelle Bibbie che i volontari di qualche associazione cattolica ti regalano davanti agli uffici, davanti alle università o nei centri delle città. Quelle Bibbie che magari prendi contro voglia e che lasci su uno scaffale, senza leggerle, lasciandole in balìa della polvere. Sulla copertina recava una scritta dorata, quasi sbiadita: “Il Nuovo Testamento i Salmi”. Il commissario la sfogliò e notò un piccolo risvolto all’angolo di una pagina, quasi a volerne segnare la posizione. Gallo aprì il testo in quel punto, in cima alla facciata c’era un’intestazione: “Dove trovare aiuto quando sei…”. L’attenzione del commissario fu attirata da una parola sottolineata a penna in rosso. “Solo”. Sotto di essa un’altra scritta diceva: “Salmo 23”. Gallo sfogliò il libro fino a trovare il salmo citato: era il salmo del divino Pastore. Lo lesse:
Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.
Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme.
Egli mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca.
Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa del SIGNORE per lunghi giorni.
Il commissario trasalì. Gli sembrò che il ragazzo fosse stato cosciente della sua immenente morte e avesse cercato rifugio nelle Sacre Scritture. Non poteva essere vero, gli sembrò una cosa assurda. Dopotutto lui non aveva mai creduto. Qualcosa comunque lo intristì: il ragazzo si sentiva solo. Pur essendo giovane, pur avendo una famiglia e degli amici che gli volevano bene, pur frequentando un affollatissimo ateneo, lui si sentiva solo. Viveva da solo, nella sua piccola stanza. Può la solitudine essere un assassino silenzioso che uccide dentro lentamente? Può la solitudine colpire sia l’anziana signora che vive nel palazzo antico, dimenticata dal mondo, che il giovane studente che ne eredita l’appartamento? Il commissario ebbe paura, si rispecchiò nella giovane vittima. Dopo anni di servizio passati ad aver affrontato di tutto si sentì fragile. Era stanco e solo. Il tempo passato a fuggire dai divertimenti, dal calore del cuore di una donna, dai sorrisi delle persone care, diventò pesante come una macina appesa al suo collo. Il sentirsi diverso da tutti l’aveva sempre oppresso. Quella mattina pioveva fuori e pioveva anche dentro di lui.
Fece un sospiro e chiuse il libro. L’agente e il medico legale lo fissavano in silenzio. «Dottore mi aspetto un rapporto dettagliato entro giovedì pomeriggio.» disse rivolto a Cerutti.
«Va bene.» rispose il medico.
«Arrivederci.» disse. Poggiò la Bibbia e i documenti sulla scrivania ed uscì di corsa dall’appartamento. Attraversò il corridoio e ne uscì. Uscì dal palazzo e si ritrovò sotto l’arco di ingresso, mentre gli infermieri e i poliziotti entrarono a prendere il corpo. Pioveva ancora. Avrebbe aspettato il resoconto del dottore per capire cosa ci fosse dietro quella morte; in cuor suo sperava fosse dovuta a qualcosa di semplice. In seguito si scoprì che il medico non seppe dare una motivazione plausibile per la scomparsa del ragazzo. Il suo stomaco era vuoto e non fu trovata traccia di nessuna sostanza pericolosa nel suo corpo. Era stata la solitudine ad avvelenarlo. Quella sera ebbe un crollo emozionale causato dalle difficili e stressanti giornate che aveva trascorso. Si arrabbiò e pianse. Pianse da solo nel suo piccolo appartamento. Si sentì dimenticato da tutti e, forse, da qualcuno in particolare. Non mangiò. Decise di bere una camomilla, di leggere qualche passo della Bibbia e di andare a dormire. La mattina, tra le due e le tre, il suo cuore interruppe i battiti. Quella verità non la conobbe mai nessuno. Sotto l’arco il commissario prese un sigaro dalla tasca del suo impermeabile e lo accese. Fece qualche tiro osservando la pioggia che cadeva dal cielo grigio. «Maledetta pioggia!» disse.