Adamo De Tremblay

«L’inferno è svegliarsi ogni dannata mattina e non sapere perché esisti!»

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Chilometro zero

Jeff Rowland

Ai tempi dell’università mi divertivo a fidanzarmi - per gioco - con tutte le compagne di viaggio che mi capitavano in treno mentre attraversavo la penisola. Dopotutto sono persone con cui condividi parte della tua vita, e allora: perché no? Sembra assurdo ma è la verità, lo giuro; parli un po’ del più e del meno e poi: “Ehi ti va se ci fidanziamo fino alla fine del viaggio?!”. Ovviamente il tutto deve essere puramente platonico sennò la cosa non funziona. I miei amici dicevano che era solo merito del mio carattere solare ed estroverso e della mia faccia belloccia. Sarà… Comunque in questo modo ho avuto un bel po’ di storie “d’amore” e altrettanti due di picche, solitamente da chi non capiva l’ironia del passatempo. Storie lunghe, corte, rumorose e sonnolente. Finivano quando il primo arrivato a destinazione “lasciava” l’altro, sempre in amicizia e con un sorriso.

Poi, un giorno, sei salita tu, diretta alla mia stessa stazione…

T’ho vista nelle gelide mattine invernali

T’ho vista nelle gelide mattine invernali, mentre con le tue sorelle attraversavi il colonnato che dai dormitori conduce alla chiesa. La tua espressione assorta, le tue mani giunte già in preghiera. La tua pelle candida come il latte e dolce come il miele. Ho violato il suolo benedetto permeando nelle vostre stanze segrete fino a raggiungere la tua cella. T’ho ammirata nelle notti di luna piena, quando i raggi di Selene esaltano il tuo pallore. Mi danno ancor di più, o mia amata, io che sono solo l’ombra di un uomo, già castigato alla dannazione eterna. Per cimiteri e paludi mi aggiro, ululante come un lupo. Graffio il marmo consunto delle lapidi con i miei artigli di polvere e spezzo la quiete degli stagni addormentati.

Infausta sorte! Io che non sono né uomo né trapassato, già maledetto, debbo soffrire per un sentimento umano: condanna dei vivi e, ora, dei morti.

Soffro per te, amor mio. Chiara luce di vita della quale non conosco il nome. Le vostre voci a me arrivano come sussurri lontani eoni. Tu che, ancora giovane, sei già oppressa in sacre catene, imprigionata dietro religiose sbarre. Arde il mio spirito nell’immaginare l’esile corpo costretto tra le bende divine. Spezzerei i legacci della morte e verrei tra i vivi. Abbatterei l’antico legno del portone consacrato e con furia di spada mi farei strada verso di te. Ci libreremmo in volo come falene in una notte d’estate. Ti condurrei nei boschi di Atene per amarci in eterno. Alla corte di sire Oberon festeggeremmo fino alla fine dei tempi. I tuoi denti di madreperla rifletterebbero la luce delle stelle e i tuoi piedi leggiadri farebbero sbocciare candidi narcisi sfiorando la terra.

Ho scritto del mio amore su una foglia di ninfea intingendo la penna nella nebbia.
Ho lodato la tua bellezza con cori di rane nelle paludi tenebrose.

Rinnega la tua Fede, o dolcissima, liberati dalla tua morte terrena e vieni con me: nella dannazione e nell’amore eterni.

La Verità

[ Ascolta: http://youtu.be/2vdzA-82I-Q ]

Zisa Domnului catre ucenicii sai… Porunca noua dau voua…

Ho cominciato a praticare l’onironautica quasi per gioco. Non avrei mai pensato di arrivare alla totale distruzione del mio spirito. Dai sogni lucidi alla meditazione trascendentale, per me, il passo è stato breve. Vorrei non averlo mai fatto. Ho temuto che fosse opera del maligno. In men che non si dica mi son ritrovato a errare tra le forze misteriose e primordiali che governano la nostra esistenza e il nostro universo. Ho forzato più e più volte la mia anima a abbandonare il suo guscio mortale e a viaggiare tra i legacci che tengono ancorata la realtà all’infinito. Questi ultimi deliri di un povero pazzo sono sparsi nell’etere come le ceneri di un albero secolare che brucia per la follia dell’Uomo.

Domnului sa ne rugam pentru mila, viata, pacea, sanatatea, mantuirea, cercetarea, lasarea si iertarea pacatelor robilor lui Dumnezeu. 

Verde. La scienza nega. Quello che ho visto, quello che ho vissuto non possono essere confinati all’interno della razionalità e dell’intelligenza umana. I concetti con cui sono entrato in collisione si sono impressi a fuoco nel mio midollo bruciando la sua stessa essenza. Io ho visitato le quinte dietro il sipario della realtà nella quale esistiamo. Ho assistito al perfetto ingranaggio sovrannaturale che tutto muove. Mi sono affacciato sul baratro dell’abisso scorgendone le pure tenebre e respirando a pieni polmoni il suo fetido odore di gas sulfurei. Ho espanso le mie conoscenze oltre le saette che balenano tra le stelle più lontane. Do Sol. Ho superato quanto prima di me hanno fatto altri. Non sarebbe semplice condensare in parole terrene quello che ha appreso la mia mente. Seduto sulla pietra d’angolo ho sovrastato le piramidi sormontate dalla luce. Le mie sinapsi si sono dissetate della conoscenza solo scimmiottata dal compasso e dalla squadra. Ho squarciato il velo che separa il concreto dalla sorgente del tutto. Sono a conoscenza de La Verità. L’Unica. Quella meritevole di essere rappresentata con le lettere dell’alfabeto maiuscolo. La Sola. A essere Cerchio Perfetto. E sono sazio nel suo. Calore.

Inchinatori, miluitori si binefacatori ai sfantului lacasului acestuia.

La mole di verità che mi ha invaso è troppa. Il mio cervello sanguina. Sento il liquido vitale denso e caldo che riempie il mio cranio. Dolore. Il mio sguardo è appannato come un ubriaco. Il mio spirito barcolla. Il mio ipotalamo è spappolato. In bocca ho il sapore del piombo e del mercurio. La Conoscenza di cui sono portatore pesa come un macigno; mi trascina come un cavaliere in armatura è trascinato sul fondo dell’oceano. Nessuno è degno di sapere. Nessuno è in grado di sapere. Nessuno deve sapere. L’annichilimento totale è il prezzo da pagare per ciò che non può essere saputo. I corvi divorano le mie viscere con i loro becchi neri. Giunge così il momento di terminare l’agonia. Il suo calcio è ruvido. La fredda canna entra con la sua bocca nella mia. Mi unisco carnalmente alla mia stessa fine, nella speranza che possa nascerne un inizio migliore. Il grilletto pare così fragile eppure il ferro a cui appartiene sembra pesante come il Peccato. Unica e ultima via di fuga a portata di un semplice… Click.

Buon Natale

Erano le 6.45 della mattina di Natale. Filippo si trovava in cucina. L’intera casa era avvolta nel silenzio ovattato della festività. I suoi occhi erano spenti e grigi, la sua figura stanca e sofferente. Pareva che la gioia della Natività si infrangesse su una barriera di tristezza e di dolore. Filippo aveva 43 anni ed era disoccupato. Aveva lavorato per più di 20 anni presso un’industria metalmeccanica. Operaio instancabile, aveva sempre dato tutto sé stesso per mantenere la sua famiglia e per il bene della sua azienda. Da marzo dello stesso anno, era stato messo in cassa integrazione a causa del periodo di crisi che attanagliava il mondo. Le malelingue dicevano che in realtà l’azienda stesse organizzando il trasferimento delle proprie sedi in Romania. Pochi giorni prima delle feste, Filippo aveva ricevuto una lettera di licenziamento. Una sentenza senza appello che cadeva come una scure proprio nel periodo dell’anno in cui la bontà dell’animo umano è quasi un gesto obbligato.

Con gesti lenti e colmi di fatica si preparò un caffè. Di lì a poco il resto della famiglia si sarebbe svegliato. I suoi due figli, un maschietto e una femminuccia, sarebbero balzati giù dal letto, con gli occhi sognanti di bambini, per vedere se Babbo Natale fosse passato. Filippo non faceva altro che pensare alla sua famiglia. Era triste e sapeva che il denaro cominciava a scarseggiare, fra poco sarebbe stato difficile pagare anche la spesa. Le sue braccia erano doloranti; forse avrebbe dovuto farsi visitare da un medico e sottoporsi a cure specialistiche ma non aveva abbastanza soldi. Consumò la sua magra colazione e ingoiò delle pillole. Aveva cominciato a prenderle per combattere la depressione quando gli fu tolto il lavoro. Se le cose fossero andate avanti così, forse non se le sarebbe più potute permettere. Si alzò con lentezza e si diresse in salotto. Sotto il vecchio albero di Natale in plastica, pose due piccoli pacchetti: i regali per i suoi figli. Nell’ultimo mese aveva volutamente stretto la cinghia per donare alla sua famiglia un Natale decente, comprando un pensiero per i suoi figli e un panettone che avrebbero consumato tutti insieme. Si diresse verso la credenza e prese la statuina di Gesù Bambino. La pose nella mangiatoia. Era nudo. Povero e nudo. Al freddo. Come lui. Il Re del Mondo era nato duemila anni prima nella povertà. Sarebbe potuto nascere in una reggia, circondato da oro e gioielli. Aveva scelto di essere povero e di nascere in una stalla. Filippo scoppiò a piangere, cadde in ginocchio e nascose il viso tra le sue mani callose. La disperazione del momento esplose in maniera dirompente. Rivolse a quel Bambino una preghiera. Chiese di poter tornare a lavorare, in modo da garantire alla sua famiglia un futuro migliore di quel presente. Nulla aveva più importanza. Si sarebbe sacrificato completamente, se fosse stato necessario. L’unica cosa che aveva a cuore era il bene della sua famiglia. Tempi duri e pieni di sacrifici l’attendevano. Si sentiva debole e fragile come un filo d’erba congelato dal freddo dell’inverno. Quando le lacrime smisero di scendere, udì alcuni rumori provenire dalle stanze accanto. La sua famiglia si stava svegliando. Si asciugò il viso e si mise in piedi; era pronto per augurare loro, dopotutto, un buon Natale.




[Immagine: Adorazione dei pastori di Caravaggio (vedi su Wikipedia).]

#OccupyOceania

Sono venuti a prendermi di notte. Vengono sempre a prenderti di notte. Fottuti bastardi! È il segno che qualcosa sta finalmente cambiando, è il segno che il muro di cemento grigio innalzato dal Partito ha cominciato a essere percorso dalle crepe! Una volta la Psicopolizia era armata solo con i manganelli, da qualche tempo hanno cominciato a usare le armi da fuoco durante le loro rappresaglie. Dopotutto, ironicamente, non si può dare loro torto: siamo stati noi a cominciare! Già, noi. Noi siamo stati i primi a memoria d’uomo, per quanto questa oggi possa essere affidabile, a sfidare il sistema. I membri più anziani della nostra organizzazione ci hanno sempre raccontato di Winston Smith, da lui è partito tutto. Lo consideriamo il primo di noi: il primo tra i primi! La sua storia è raccontata come leggenda e, tutt’ora, non è noto se sia esistito davvero o sia solo la personificazione di un ideale. Noi portiamo avanti la sua battaglia contro il Partito, convinti di riuscire a vincere dove lui ha fallito. Hanno fatto irruzione nel mio monolocale sfondando la porta. Mi son ritrovato con sette-otto uomini grossi come armadi e vestiti completamente di nero, che mi puntavano i loro fucili automatici addosso. Hanno gridato qualcosa riguardo allo psicoreato da me commesso e al mio arresto. Non ho capito molto. Avrei voluto vedere voi svegliati nel cuore della notte dalle grida di quei gorilla, con le torce dei fucili piantate nelle cornee! “Fortunatamente” tutto questo è durato molto poco: sono stato raggiunto da un colpo alla testa che mi ha fatto perdere i sensi. Non ho idea di cosa mi abbia colpito. Potrebbe essere stato un manganello come il calcio di un’arma; a giudicare dai loro fisici da pugili potrebbe essere stato anche un pugno!

Mi sono risvegliato in una cella fortemente illuminata. Non so dire quanto tempo sia passato. Non c’erano finestre o orologi. Non c’era niente che potesse suggerirmi il tempo e il luogo in cui mi trovavo. La parte posteriore della testa mi faceva un male terribile. Una volta ripresi i sensi, una voce gracchiante ha interrotto il silenzio della mia prigionia: «Numero 7089 Defoe D.! Mettiti seduto in maniera composta, faccia di fronte al muro con le mani poggiate sulla panca!». Maledetti! La voce proveniva da un teleschermo, uno di quegli aggeggi di cui sono piene le nostre città! Sono presenti nelle nostre case e nelle strade; ci controllano ventiquattro ore su ventiquattro e non è possibile spegnerli. Trasmettono incessantemente la propaganda del Socing e le gesta belliche dell’Oceania. Lì dentro, a quanto pare, li usano semplicemente per tenere sotto controllo i detenuti. Un dubbio però mi assaliva: “lì” dove?! In effetti non ero certo di dove fossi stato portato; la cella era completamente rivestita di lucide mattonelle bianche, tranne che sul soffitto a sua volta, però, tinteggiato di bianco. La superficie delle pareti era regolare, fatta eccezione per alcune sporgenze rivolte verso l’alto, anch’esse ricoperte da frammenti di mattonelle modellati su misura, ospitanti l’impianto di illuminazione. La monotonia dell’ambiente era rotta dal grigio e gracchiante teleschermo e dalla fredda lastra metallica sulla quale ero seduto. Credo fosse una delle tante celle del Ministero dell’Amore. A giudicare dalle dimensioni avrebbe potuto tranquillamente ospitare fino a una quindicina di detenuti seduti sulla panca, stretti come delle sardine. Negli ultimi mesi, il mio non è che l’ultimo di una lunga serie di arresti verso esponenti della nostra organizzazione. Recentemente le nostre azioni sono state parecchio violente, per cui una dura risposta delle autorità era prevedibile. Il movimento di cui faccio parte si chiama Millennium. Fu creato sotto forma di società segreta attorno l’inizio del nuovo millennio; nessuno di noi sa dire con certezza quale anno fosse. Ora, circa dieci anni dopo, la nostra organizzazione è cresciuta a tal punto da essere ben radicata all’interno del tessuto sociale. Operiamo in gran segreto. Col tempo siamo riusciti a coinvolgere dalla nostra parte anche i prolet! Il partito li considerava alla stregua di animali: poveri stolti! Grazie a loro riusciamo a sfuggire abbastanza facilmente alla Psicopolizia dopo i nostri atti terroristici. E dovreste vedere come sono abili a reperire e costruire la strumentazione per le nostre azioni. La determinazione e la parsimonia dei prolet sono fondamentali in questi tempi in cui ogni bene scarseggia. Non avete idea di quanto siano efficaci detersivi e concimi del regime per realizzare degli ordigni esplosivi! Per noi membri del Partito Esterno, invece, la situazione non è facile: purtroppo non possiamo semplicemente fuggire dalle nostre abitazioni e nasconderci nei ghetti dei prolet. Facendo così desteremmo troppi sospetti; l’unica soluzione è quella di vivere due vite parallele cercando, per quanto ci è possibile, di ingannare il Grande Fratello. L’arresto e la prigionia sono due eventualità da mettere in conto.

All’improvviso la pesante porta metallica della cella si è spalancata con violenza. «Defoe, in piedi!», tre giganteschi uomini erano comparsi nel corridoio e mi guardavano in modo torvo. Mi sono alzato senza opporre resistenza e sono uscito dalla cella.
«Stanza 23!» ha detto quello che pareva essere il loro capo. A quel punto sono stato incappucciato e portato quasi di peso nella stanza menzionata. Abbiamo attraversato parecchi corridoi prendendo anche qualche ascensore che ci ha fatto scendere di alcuni piani. Una volta liberato dal cappuccio, mi son reso conto di trovarmi in una stanza molto simile alla cella nella quale ero stato rinchiuso, fatta eccezione per una vasca piena d’acqua, un secchio e un tavolo metallico con alcune sedie. I gorilla dietro di me hanno chiuso la porta blindata. Di fronte a me c’era un uomo di mezza età con radi capelli bianchi e un paio di occhiali rotondi. Dall’abbigliamento sembrava essere un membro del Partito Interno.
«Lo sai perché sei qui?» mi ha chiesto.
«Credo di avere qualche sospetto…» ho risposto con tono di sfida.
Il mio interlocutore ha sorriso con un ghigno malefico e ha detto: «Devi sapere che una volta era nostra premura sforzarci di guarire quelli che, come te, non sono fedeli al Grande Fratello. Col tempo, invece, ci siamo resi conto che bestie rivoltose della tua specie non meritano tutto quel tempo. Voi meritate solo di morire!»
“Non ho paura di morire.” ho pensato.
«Non credere però che sia così facile…» ha replicato. Con un cenno degli occhi ha dato un ordine agli altri uomini. Sono stato quindi afferrato con forza dalle braccia e dalle gambe e incappucciato nuovamente. Questa volta, però, la cordicella alla base del cappuccio è stata stretta in maniera tale da impedire alla testa di uscire. In quel momento ho capito cosa stavano per farmi. Quei giganti inumani mi hanno portato accanto alla vasca e messo a testa in giù sopra la superficie di acqua gelida e col viso rivolto verso l’alto. Il membro del Partito Interno ha ripreso a parlare: «È di vitale importanza che tu ci dica chi sono i tuoi complici.». Quei bastardi del Socing non meritano una risposta: possono torturarmi e uccidermi ma non riusciranno mai a distruggere il nostro movimento! Ormai la rivolta è vicina, i prolet acquisiscono consapevolezza della loro forza giorno dopo giorno.
«Fottiti!» ecco qual è stata la mia risposta, ecco qual è l’unica risposta che meritano.
«Cominciamo proprio male, signor Defoe.» ha prontamente controbattuto l’altro.
A quel punto ho sentito il rumore che fa un secchio quando viene riempito; improvvisamente mi sono trovato ad affogare sotto il flusso d’acqua che mi veniva versato sul volto impregnando il tessuto del cappuccio. Ho cominciato a dimenarmi con tutte le mie forze ma la carenza d’ossigeno e la morsa di quei soldati erano troppo forti per ottenere dei risultati. Dopo aver versato il primo secchio, mi è stato dato qualche istante di tregua nei quali ho tossito anche l’anima e ho cercato, senza molto successo, di recuperare fiato.
«Dicci i nomi dei tuoi complici e questa sarà stata la prima e ultima volta. Non hai idea di quanti metodi abbiamo per costringere la gente a parlare… Questo non è che l’inizio!» ha insistito il membro del Partito Interno.
“Non li so i nomi degli altri, vecchio bastardo! Non li usiamo i nostri veri nomi!”; avrei voluto rispondere così ma non l’ho fatto perché riuscivo a malapena a respirare e sapevo che sarebbe stato inutile.
«Ti ritieni un duro eh? Va bene: procediamo!»

La cosa è andata avanti allo stesso modo per parecchio tempo. Non so dire di preciso quanto, credo di averli stufati abbastanza dato che sono stato raggiunto da un nuovo violentissimo colpo alla testa e ho perso i sensi. Mi sono risvegliato in una cella simile a quella di prima ma più piccola, la solita voce gracchiante del teleschermo mi ha ordinato di mettermi seduto. Ho una ferita sulla testa ricoperta da sangue secco. Il cervello mi fa male. Sono qui, mezzo intontito, che cerco di mettere ordine negli eventi. Non so quanto tempo sia passato. Non so quello che mi aspetta. Ho sempre sentito parlare di una fantomatica stanza 101. Sarà lì la prossima tortura? La mia vita non ha più importanza… L’esito del nostro movimento è l’unica cosa che mi sta a cuore!

Licantropia

Torino, 23 novembre 1866

Questa notte è successo di nuovo. Che Dio possa un giorno perdonarmi per i tremendi peccati che sto commettendo! Speravo di riuscire a tenere a bada la bestia questa volta. Purtroppo le cose sono andate in maniera diversa. Ho passato tutto il pomeriggio di ieri a fissare i legacci di cuoio che ha fatto Franco intorno alle colonne sotto l’entrata del salotto. Per essere più sicuro di tenere sotto controllo quel mostro ho bevuto due litri di vino rosso. E pensare che conservavo quelle bottiglie perché avrei voluto brindare con la mia dolce Marie-Claire, magari durante una gita in collina. Non vivo più: questa condanna mi distrugge. Ho fatto appena in tempo a legarmi il più stretto possibile, prima che l’effetto del vino potesse farsi sentire, che son cominciati i primi sintomi. Erano da poco passate le undici, l’orologio nel corridoio aveva appena martellato le mie tempie con i suoi rintocchi. Lui è arrivato. Le trasformazioni sono sempre più rapide e meno dolorose. La cosa sconvolgente è la mia lucidità, prima non c’era: la odio! La bestia mi costringe a guardare impotente, imprimendo nella mia mente i suoi omicidi. Come al solito ho sentito il mio cuore pulsare più velocemente, le vene e i muscoli gonfiarsi. In un lampo l’effetto del vino è svanito ed ho assistito invano alla sua abominevole apparizione. Il volume dei miei arti è aumentato rompendo il cuoio delle cinghe come se fossero state tirate da un elefante. Nello specchio di fronte ho cominciato a vedere la sua maschera bestiale prendere il posto del mio viso. I suoi occhi gialli e profondi mi fissavano, le sue fauci da lupo bramose di sangue sembravano deridere la mia razionalità. Mi avrebbe ucciso, se solo non fossi legato a lui, se solo non fossi lui! Ormai la mia forma umana era sparita. Io non avevo più potere: la notte era sua!

Tra i miei mobili francesi, tra i miei tappeti persiani, tra i miei vasi orientali, le notti di luna piena, non c’è un uomo: una bestia rivive!

Si è diretta a quattro zampe verso la porta che si affaccia sul balcone; l’avevo lasciata aperta nel caso in cui avessi fallito. Non posso permettere che distrugga anche la mia casa oltre che la mia vita. Ho sentito il freddo della notte sulla mia pelle. La folta peluria nera che ricopre il corpo della bestia lo rende sopportabile. Con un balzo felino il mostro si è portato in bilico sul parapetto. Con un altro balzo è sceso in strada, incurante dei due piani di altezza. Lì ha cominciato ad annusare intorno per cercare una preda. In quei momenti vedo distintamente gli odori; sono come ombre, fantasmi che si muovono seguendo una traiettoria dipinta a mezz’aria. La bestia ha ruggito ed ha cominciato a correre nell’oscurità della città. Correva nell’ombra facendo meno rumore di un lupo che corre nella foresta. Sentivo sotto le mie mani e i miei piedi la superficie umida e fredda della strada. A un certo punto il mostro ha svoltato sulla sinistra entrando in una strada aperta verso il cielo. In quel momento l’ho vista. Era immensa e bianca. Un disco d’argento, perfetto e luminoso nel buio della notte. Nuvole nere come il carbone sembravano sfiorarla senza sporcarla. Immacolata. Ho sentito il sangue bollire nel mio corpo animalesco, ho sentito la bocca impastarsi e un brivido provenire dal midollo della mia anima. La bestia si è messa in posizione eretta sulle zampe posteriori, rivolta alla Luna. Ha inspirato profondamente e allargato i muscolosi arti anteriori. Ho sentito i miei forti polmoni gonfiarsi di aria gelida. Un ululato ha squarciato il silenzio della notte. Ho ululato con la bestia, abbiamo ululato insieme sollevando un inno alla Dea delle Tenebre, bella come il gelo e amara come una lama d’acciaio.

Il mostro non ha perso tempo. Dopo aver salutato Madre Luna si è subito rimesso alla ricerca di una preda. Lo vedevo affannarsi tra i vicoli semideserti di Torino. Ogni volta che percepivo la presenza di una persona nelle vicinanze, pregavo che lui non si accorgesse di nulla. Speravo che non desse sfogo alla sua natura animale. Mi sbagliavo. A un certo punto: una traccia, era leggera e delicata. Gli occhi gli si sono illuminati come fiamme infernali e ha cominciato a correre seguendo quel debole odore. Un appetito insopportabile è apparso dentro di me. Dopo aver percorso alcune vie l’odore era divenuto più forte. La vittima, una ragazza, avrà avuto intorno ai venti anni. Tornava a casa vestita di stracci che a malapena la tenevano al riparo dal freddo. La bestia, alla sua vista, è scattata all’attacco. La ragazza ha fatto appena in tempo a vederla sgranando gli occhi per la paura ma non abbastanza in tempo per gridare aiuto. Con un balzo ci siamo trovati sopra di lei. Il mostro ha affondato le sue zanne nel collo della giovane. Sentivo il suo cuore pulsare e il suo sangue colare caldo sulle mie fauci. Gli artigli penetravano nelle deboli membra sfilacciando carne e muscoli. Quando la vita ha abbandonato quel esile corpo, la bestia ha mollato la presa al collo cominciando a squarciare il petto e l’addome sbranandone il contenuto. Sentivo nella mia testa i tamburi di Belzebù suonare freneticamente. Il mio cuore, non più umano, batteva fino a quasi fuoriuscire dal petto animale. Sentivo un calore diffondersi in tutto il corpo. Non riuscivo a fermare il demone dal ridurre in poltiglia quella creatura indifesa, sfamandosi delle sue carni. Le zanne affondavano con semplicità negli organi, spezzando le ossa.

Dio mi perdoni! Non riesco a fermarla. Anche la morte sembra fuggire da me. L’altro giorno ho provato a pugnalarmi al cuore ma ho scoperto di essere immune alle ferite. Il mio corpo pare rimarginarsi troppo velocemente. Voglio mettere fine a questo incubo. Ogni notte di luna piena spero che la bestia non decida di uccidere. Ho paura per Marie-Claire: non oso immaginare cosa possa fare quel mostro se riuscisse a leggere nella mia mente dove abita. Non voglio che le accada qualcosa. Non permetterò che le accada qualcosa! Ho abbandonato i miei studi per concentrarmi completamente su questa maledizione che mi attanaglia. Forse son riuscito a trovare dei libri riguardanti la magia nera che potrebbero fare al caso mio; continuerò ad aggiornare questo diario con futuri sviluppi.

Fausto Meli

Laocoonte

Tutto il popolo si riversò fuori dalle possenti mura della città riempiendo le spiagge dalla candida sabbia. Le navi greche parevano ormai salpate e sulla costa potevano scorgersi i rimasugli del loro accampamento da guerra. Tende sfilacciate si contorcevano sotto il vento che soffiava potente da est, gli ultimi fuochi da campo si spegnevano sollevando leggere colonne di fumo nero; qualche arma o qualche oggetto era stato dimenticato sulla sabbia nella fretta della partenza. Uomini, donne e bambini di ogni ceto sociale camminavano per i resti del campo discutendo di quello che i soldati avevano lasciato, fantasticando su quello che fosse avvenuto in quei luoghi ed esprimendo la gioia per l’improvvisa ritirata del nemico. Ma il vero motivo per cui tutti i sudditi di Troia si diressero verso la spiaggia era da ricercarsi nell’immensa costruzione visibile dalla sue sacre mura. Proprio di fronte al robusto portone, sulla spiaggia sotto l’altura dove sorgeva l’antica città, si trovava una gigantesca costruzione in legno, dalle fattezze di un cavallo. Questa possente figura era stata realizzata rozzamente intagliando legno duro e scuro, probabilmente appartenuto ad alcune navi greche. L’aspetto era maestoso seppur semplice: l’animale possedeva una folta coda, gambe sottili, una criniera stilizzata a forma di cresta ed il capo leggermente reclinato in avanti. L’intera struttura era poggiata su un basamento dello stesso materiale. All’improvviso i Troiani cominciarono a disporsi intorno al ciclopico cavallo e un brusìo si impadronì del lido.
«Bruciamolo!» gridò un nobile dalla folta barba nera con indosso una tunica scarlatta.
«No, forse è un dono degli Dèi!» lo ammonì un vecchio dalla lunga barba bianca ed i vestiti logori.
«È un trucco del nemico.», disse un soldato nella lucente armatura alzando la sua lancia, «Laceriamone il fianco e tagliamo le zampe a questa empia effige greca!»
«Gettiamolo in fondo al mare!»
«Tra i flutti delle nostre scogliere!»
Gli fecero eco altre voci.
«No! Sarà il simbolo della nostra vittoria sul nemico!». A parlare fu Timete, il cognato di sire Priamo, che aggiunse: «Portiamolo in città e festeggiamo ai suoi piedi il nostro successo!»
Tutti i Troiani cominciarono a discutere animatamente sul destino che si sarebbe abbattuto su quella gigantesca statua, divisi a metà tra coloro che avrebbero voluto distruggerla e coloro che l’avrebbero portata all’interno della cinta muraria.

Un grido lontano azzittì i figli di Ilion: «Ciechi! Folli! Sfortunati!». Un possente Troiano era uscito dall’antico portone e correva a perdifiato verso la sua gente. I suoi sandali si sfasciarono per la furia del suo incedere; era avvolto in tuniche pregiate ed era facile dedurre, dal suo aspetto, l’appartenenza all’ordine sacerdotale di Poseidone. Era Laocoonte, gran sacerdote del Dio del Mare. I suoi capelli e la sua barba erano folti e arruffati come la spuma del mare in tempesta, il loro colore era dorato come gli antichi tesori custoditi nel ventre degli oceani. I suoi occhi erano indomabili e grigi come la furia della tempesta che coglie impreparata la nave nelle acque aperte.
«Credete davvero ai nostri nemici? Ai Greci?!», disse quando fu giunto in spiaggia. La gente gli si avvicinò intimorita ma allo stesso tempo rispettosa della sua forte personalità. «Credete davvero che siano partiti?» aggiunse. «O sarà che i loro doni in realtà non sono doni ma inganni! Sapete bene ciò che è capace di fare Ulisse, vero?» chiese con tono provocatorio Laocoonte. I Teucri cominciarono a guardarsi a vicenda e a dubitare sulla reale natura di quello che, per alcuni, pareva essere un dono.
Il figlio di Poseidone indicò con braccio fermo il cavallo di legno.
«Vi dico che in questo cavallo si sono nascosti i Greci! Se così non fosse, questa è sicuramente una macchina d’assedio per distruggere le nostre sacre mura, o per spiare nelle nostre case, o è una scala o una torre per assalirci facilmente dall’alto!». Il sacerdote allargò le forti braccia verso il cielo e gridò: «Fratelli! Qualsiasi cosa sia, è certo che vi si cova o vi si ordisce inganno. L’inganno è l’unico dono che possono fare i Pelasgi e i nemici!». Ciò detto, Laocoonte afferrò la lancia di un soldato che si trovava accanto. Il suo bracciò si piegò all’indietro, i muscoli delle spalle e del petto si gonfiarono, allargò le gambe e fece pressione su ginocchia e polpacci; l’altro braccio steso in avanti per bilanciare il peso del corpo e per mirare verso il bersaglio. Fu come un colpo di frusta. L’asta, scagliata con gran forza e precisione, colpì il gigantesco cavallo nel ventre ricurvo, conficcandosi tra le assi e cominciando a vibrare. Il cavo ventre dell’animale rintronò cupamente e tutta la struttura ondeggiò come se fosse stata viva, come se un vero cavallo fosse stato colpito a morte e si stesse dimenando per il dolore. «Temo i Greci, anche quando portano doni!» disse voltandosi e andando via. Re Priamo era appena arrivato e, in lontananza, un manipolo di soldati conduceva davanti a lui un prigioniero.

Laocoonte si trovava presso i sacri altari accingendosi a sacrificare un grosso toro legato al marmo da robuste corde. Aveva saputo che, in seguito al suo ammonimento, i miliziani Troiani avevano catturato un soldato Greco di nome Sinone il quale, dopo essere stato condotto da sire Priamo, aveva rivelato di essere fuggito dai suoi compagni intenzionati a sacrificarlo per propiziare il ritorno. Sinone aveva inoltre rivelato ai Troiani che il maestoso cavallo altro non era che un dono per la dea Atena e aveva quelle dimensioni per evitare che i Teucri potessero portarlo all’interno della città. La Dea avrebbe protetto il cavallo; chiunque l’avesse danneggiato avrebbe subìto la sua ira. Il gran sacerdote sapeva in cuor suo che era tutto un inganno: aveva cercato di mettere in guardia i suoi fratelli ma senza alcun risultato. Era curvo sull’altare, pareva vecchio e stanco, con i capelli schiariti e gli occhi innaturalmente spenti. Attorno a lui, i suoi due piccoli figli lo aiutavano nei preparativi per il sacrificio. Li guardò e sorrise; dopotutto erano loro i suoi gioielli. Non sapeva con esattezza cosa sarebbe accaduto ma promise a sé stesso che li avrebbe protetti a costo della propria vita. Quel breve momento di tranquillità fu interrotto dalle grida di paura che si levarono intorno. I Troiani cominciarono a fuggire dalle coste e dai campi, riparandosi all’interno delle mura e delle loro case. Due immensi serpenti marini erano sorti dagli abissi nei pressi della tranquilla isola di Tenedo e procedevano verso la spiaggia. Laocoonte rimase paralizzato per la paura. Quegli esseri da incubo erano spaventosi: lunghi corpi sferzavano l’acqua facendoli avvicinare minacciosamente. Il mare cominciò diventare bianco per la spuma e l’aria si annebbiò a causa degli schizzi; le loro spire uscivano e rientravono sulla superficie come sciabole d’acciaio. Il loro colore tendeva al nero e le loro squame umide parevano dure come la roccia lavica. Erano mostri partoriti dai più profondi abissi dell’inferno e mandati sulla terra per seminare paura e distruzione. Arrivarono senza problemi sulla costa e cominciarono e strisciare sulla spiaggia bramosi di vite umane. Le loro teste erano diverse da quelli dei normali serpenti: ne condividevano la forma generale ma erano dotate di creste, corna ed escrescenze appuntite di colore scarlatto. Gli occhi iniettati di sangue parevan fiamme dell’Ade e lasciavano trasparire tutto il male di cui le creature erano cariche. Le fauci spalancate facevano intravedere le zanne affilate che stillavano una sostanza corrosiva dall’odore nauseabondo. Le lingue di fuoco sferzavano l’aria producendo fischi spaventosi. Una volta arrivati sulla spiaggia, i due esseri si diressero verso Laocoonte; puntarono i suoi due figli che piangevano dalla paura e li abbracciarono mortalmente. Laocoonte si gettò armato verso i due mostri. Fu tutto inutile, le tenere membra dei pargoli vennero distrutte dalla morsa dei serpenti. A quel punto i rettili azzannarono i corpicini senza vita, dilaniando le carni e le ossa. Il sacerdote urlò dalla disperazione; le vene della testa e del collo gli si gonfiarono, cadde in ginocchio battendo i pugni sul terreno. Quegli incubi striscianti gli andarono incontro e lo avvolsero tra le spire. Fu stretto due volte al petto. Fu stretto due volte al collo. Il fiato gli fu tolto. Le fauci dei due demoni gli addentarono il cranio. Il veleno cominciò a bruciare la sua pelle e i suoi muscoli. Con le mani Laocoonte tentava di sciogliere i nodi di acciaio che lentamente gli stavano strappando la vita. Le sacre tuniche erano sporche di sangue e acido. Laocoonte lanciò terribili urla alle stelle. Urlò come il toro che fugge dall’altare e va a scrollare via la scure dal collo. Vide i suoi figli sorridenti tendere le mani, le afferrò e fuggì da quel dolore lasciando dietro di sé la vita. I due serpenti, terminato il macabro compito, sciolsero il corpo del sacerdote e fuggirono via strisciando; si diressero verso il sacro tempio di Atena, cercando rifugio dietro il suo scudo e prostrandosi ai suoi piedi.

Salmo 23

«Maledetta pioggia!» sbottò il commissario. La volante guidata dall’agente abbandonò la larga strada che passava sotto i cavalcavia dell’ateneo e si immise in una traversa del quartiere studentesco. Era una mattinata di fine novembre, una di quelle mattinate grigie e piovose che sembrano l’una la fotocopia della precedente. Il lampeggiante dell’auto della polizia roteava silenzioso, colorando di blu quella scena da vecchio film come un pennello impazzito. Sui marciapiedi la gente cominciava frenetica la propria giornata. Neanche la pioggia scrosciante può fermare il ritmo della città. Lo studente assonnato si dirige verso l’università con la sua borsa a tracolla strabordante di appunti e con l’ombrello sgangherato; l’impiegato d’ufficio, lucido come la pelle delle sue scarpe, procede elegante scansando le pozzanghere e proteggendosi sotto il gigantesco ombrello nero; l’operaio straniero corre sotto la pioggia nel suo pesante maglione sporco di calce e cemento per arrivare in tempo alla fermata del tram; la vecchietta ritorna a casa lentamente, sotto il suo ombrello floreale, dopo essere stata dal panettiere. Anime diverse che vivono vite diverse, parallele, senza incontrarsi mai. Eppure quella mattina, tutti loro furono attirati dalla luce della volante che, amplificata dalla pioggia, sembrava quasi volerli scuotere violentemente.

L’auto svoltò nuovamente in una via a senso unico. «È qui, vero?» chiese il commissario dopo aver visto un’altra auto della polizia e un’ambulanza ferme più avanti.
«Sì, al numero 23.» rispose l’agente.
«Comincia un’altra giornata.» sbuffò.
La volante si fermò di traverso davanti l’ingresso di un palazzo antico. La facciata era fatta da una pietra grigia come il cielo di quel giorno. Balconi riccamente lavorati con stile gentilizio si affacciavano sulla strada. Il portone era spalancato e dava in un corridoio interno con la volta ad arco tinteggiata di bianco. Lì sotto un agente di polizia e due paramedici chiacchieravano riparandosi dalla pioggia. Il commissario indossò il cappello, scese dall’auto e corse verso l’edificio, bagnandosi sotto il diluvio.
L’agente di guardia si voltò di scatto: «Buongiorno commissario!»
«Buongiorno. Dov’è?»
«Qui al piano terra, in fondo al corridoio.» rispose il poliziotto indicando l’ingresso al palazzo con il pesante portoncino in metallo e vetro aperto.
«Grazie.»

Il commissario varcò l’entrata. Una signora sulla cinquantina era ferma all’inizio della rampa di scale con il viso sconvolto e gli occhi lucidi dietro gli spessi occhiali da vista. Sulla sinistra, seduta su una panca in legno circondata dalle piante, c’era un’altra donna più giovane, con i capelli scuri a caschetto, anch’essa con lo sguardo perso nel vuoto. Il commissario si fermò a osservarle. Entrambe indossavano una vestaglietta rosa con i bordini scuri portata sopra i normali vestiti. Per terra era disposto accuratamente un cestino con prodotti per la pulizia della casa e strofinacci; vicino a esso c’erano dei secchi e delle scope. L’odore dei detersivi si diffondeva nell’aria gelida dell’autunno. «Salve.», disse piano il commissario accennando un sorriso di gentilezza, «Sono il commissario Gallo. Siete state voi a trovarlo?»
«Sì…» rispose la più anziana delle due.
«So che in questi momenti è difficile ma avrei bisogno di qualche informazione in più.» disse Gallo.
La più anziana aggiunse: «Abbiamo già detto tutto al suo collega… Comunque… Questa mattina siamo arrivate qui verso le sette, come al solito, per fare le pulizie. Poco dopo ho ricevuto la telefonata dei suoi genitori, mi hanno detto che il suo cellulare risultava spento e pensavano che avesse preso sonno. Si sentivano ogni mattina. Poverini… Mi hanno chiesto di andare a svegliarlo. Ho bussato alla porta ma non mi ha risposto.»
«Avete una copia delle chiavi?»
«Sì, ho cercato di aprire la porta ma era chiusa dall’interno, con la chiave ancora nella serratura. Abbiamo chiamato il fabbro che ha un negozio qui dietro e…»
«Va bene.» la interruppe il commissario, «Basta così.».
Rimasero in silenzio per qualche secondo.
«Era un ragazzo così tranquillo!» esclamò la più giovane scoppiando a piangere. Gallo fece un respiro profondo ed entrò nel corridoio.

Il commissario si guardò attorno. L’ambiente era stretto e senza finestre. Probabilmente, un tempo, quel corridoio era stato parte di un appartamento unico, esteso per tutto il piano terra. Con la costruzione della nuova sede universitaria, quel palazzo aveva subito lo stesso destino di altri palazzi storici del quartiere: le grandi stanze abitate da anziani benestanti, una volta libere, erano state spezzettate, ricavandone monolocali da affittare a giovani studenti. Un ricambio generazionale applicato a un intero frammento di città. Da quel vecchio appartamento erano stati ricavati cinque locali. Cinque porte si affacciavano in quel corridoio: due a sinistra, due a destra e una in fondo. Le porte ai lati erano socchiuse e dietro di esse ragazzi si affacciavano, incuriositi. La porta in fondo era spalancata. All’interno degli uomini parlavano ad alta voce. Gallo procedette verso l’ultimo appartamento e vi entrò. «Salve ragazzi!» disse. Le tre persone presenti lì dentro risposero al saluto. Il locale era incredibilmente piccolo ma ben arredato. Era costituito da due vani di forma rettangolare disposti perpendicolarmente al corridoio e uniti, in modo sfalsato, dal lato più corto. Il primo dei due vani poteva essere considerato come una specie di cucina, dotata di un paio di vecchie piastre elettrice, di un lavandino e di un frigorifero. Un tavolo e varie mensole completavano l’arredamento. Il secondo vano costituiva la zona notte e studio; una porta conduceva in un terzo vano quadrato, nascosto inizialmente alla vista, in cui trovava posto il bagno. L’unica fonte naturale di luce era costituita da una portafinestra verso un balcone affacciato sul cortile interno dell’edificio. Le pareti erano gialline e piene di macchie scure causate dall’urto accidentale con mobili e sedie.

«Venga commissario, venga! Perché è lì impalato?! Non abbia paura!», a parlare fu un uomo alto e magro. Completamente calvo e sbarbato, diffondeva nell’ambiente a ogni suo movimento il forte odore del dopobarba. Sul naso aquilino indossava un paio di piccoli occhiali rotondi con una montatura metallica di colore grigio opaco. Il suo sguardo era vispo e beffardo, come di una persona capace di scherzare e di prendersi gioco del suo interlocutore in qualsiasi situazione. Di professione medico legale, era una vecchia conoscenza del commissario.
«Dottor Cerutti cosa mi sa dire sulla morte del giovane?» disse Gallo. Il medico era inginocchiato accanto al letto incassato sotto l’armadio, si alzò e fece cenno al poliziotto di avvicinarsi. Il commissario eseguì. Nel letto giaceva un ragazzo: era steso sul fianco sinistro, con le spalle rivolte al muro e il viso verso il resto della stanza. Aveva gli occhi chiusi, era sotto le lenzuola, con la guancia sinistra appoggiata sul cuscino: pareva che dormisse. Il colorito pallido sul viso coperto da una corta barba castana e la innaturale immobilità tradivano la sua reale condizione.
«Nessun segno di violenza, nessuna ferita, nessun livido. Non credo sia stato ucciso da qualcuno.» disse il dottore.
«Suicidio?» chiese il commissario indicando una mensola sopra il letto ricolma di medicinali.
«Avrei bisogno di fare esami più approfonditi ma nessuno dei medicinali qui presenti sarebbe abbastanza forte da uccidere un uomo.» rispose Cerutti.
Gallo si avvicinò alla mensola. Sembrava tutto in ordine e, a giudicare dal sottile strato di polvere, nessuno di quei medicinali era stato utilizzato di recente. «Ora del decesso?» chiese.
«Approssimativamente tra le due e le tre di questa mattina…»
«Potrebbe essere stata un’intossicazione di qualche genere?» insistette il commissario «Magari alimentare!» aggiunse dirigendosi verso il vano cucina.
«È difficile da dire al momento. Pare essere morto nel sonno: non si è assolutamente svegliato.»
Il commissario vide una tazza ed un pentolino sul ripiano del lavello, si girò verso la pattumiera e notò due bustine di camomilla ancora umide. «Deve aver preparato una camomilla prima di andare a letto.», disse, «Fate analizzare il contenuto della pattumiera!» ordinò a uno dei due agenti presenti. Aprì il frigorifero. Era praticamente vuoto. Come la metà dei frigoriferi degli studenti universitari: pieni di roba, anche andata a male, oppure deserti come la spiaggia d’inverno. Gallo non notò nulla di strano al suo interno; dalla cura con cui erano disposti quei pochi alimenti, capì che il ragazzo doveva essere stato un tipo molto preciso e gli risultò difficile credere a un’intossicazione dovuta a pura disattenzione. «Prendete anche il contenuto del frigorifero e le bottiglie d’acqua.», disse, «Meglio essere certi che non ci sia nulla di strano.». Sbuffò e ritornò nella zona notte.

«Cosa sappiamo su di lui?» chiese a un agente.
«Aveva ventitré anni e studiava informatica qui alla facoltà di ingegneria. Questi sono i suoi documenti, erano in un portafoglio in quel mobile.», l’agente cosegnò i documenti al suo superiore. Il commissario li prese e osservò le mensole piene di libri e dispense.
«Avete parlato con i genitori?»
«Sì signore, ci hanno confermato la versione delle donne delle pulizie. Erano distrutti… Arriverannò in città nei prossimi giorni; gli ho detto di venire in commissariato non appena è possibile.»
«Bene» disse Gallo. Avvicinandosi di nuovo al letto, notò un piccolo libro sulla mensola incassata, proprio sopra la testa del ragazzo. Lo prese. Era blu, con la copertina in plastica ruvida ma flessibile, leggermente lavorata come a voler imitare, al tatto, la pelle. Le pagine erano bianche, leggerissime e scritte con caratteri molto piccoli. Era una Bibbia. Una di quelle Bibbie che i volontari di qualche associazione cattolica ti regalano davanti agli uffici, davanti alle università o nei centri delle città. Quelle Bibbie che magari prendi contro voglia e che lasci su uno scaffale, senza leggerle, lasciandole in balìa della polvere. Sulla copertina recava una scritta dorata, quasi sbiadita: “Il Nuovo Testamento i Salmi”. Il commissario la sfogliò e notò un piccolo risvolto all’angolo di una pagina, quasi a volerne segnare la posizione. Gallo aprì il testo in quel punto, in cima alla facciata c’era un’intestazione: “Dove trovare aiuto quando sei…”. L’attenzione del commissario fu attirata da una parola sottolineata a penna in rosso. “Solo”. Sotto di essa un’altra scritta diceva: “Salmo 23”. Gallo sfogliò il libro fino a trovare il salmo citato: era il salmo del divino Pastore. Lo lesse:

Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.
Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme.
Egli mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca.
Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa del SIGNORE per lunghi giorni.

Il commissario trasalì. Gli sembrò che il ragazzo fosse stato cosciente della sua immenente morte e avesse cercato rifugio nelle Sacre Scritture. Non poteva essere vero, gli sembrò una cosa assurda. Dopotutto lui non aveva mai creduto. Qualcosa comunque lo intristì: il ragazzo si sentiva solo. Pur essendo giovane, pur avendo una famiglia e degli amici che gli volevano bene, pur frequentando un affollatissimo ateneo, lui si sentiva solo. Viveva da solo, nella sua piccola stanza. Può la solitudine essere un assassino silenzioso che uccide dentro lentamente? Può la solitudine colpire sia l’anziana signora che vive nel palazzo antico, dimenticata dal mondo, che il giovane studente che ne eredita l’appartamento? Il commissario ebbe paura, si rispecchiò nella giovane vittima. Dopo anni di servizio passati ad aver affrontato di tutto si sentì fragile. Era stanco e solo. Il tempo passato a fuggire dai divertimenti, dal calore del cuore di una donna, dai sorrisi delle persone care, diventò pesante come una macina appesa al suo collo. Il sentirsi diverso da tutti l’aveva sempre oppresso. Quella mattina pioveva fuori e pioveva anche dentro di lui.

Fece un sospiro e chiuse il libro. L’agente e il medico legale lo fissavano in silenzio. «Dottore mi aspetto un rapporto dettagliato entro giovedì pomeriggio.» disse rivolto a Cerutti.
«Va bene.» rispose il medico.
«Arrivederci.» disse. Poggiò la Bibbia e i documenti sulla scrivania ed uscì di corsa dall’appartamento. Attraversò il corridoio e ne uscì. Uscì dal palazzo e si ritrovò sotto l’arco di ingresso, mentre gli infermieri e i poliziotti entrarono a prendere il corpo. Pioveva ancora. Avrebbe aspettato il resoconto del dottore per capire cosa ci fosse dietro quella morte; in cuor suo sperava fosse dovuta a qualcosa di semplice. In seguito si scoprì che il medico non seppe dare una motivazione plausibile per la scomparsa del ragazzo. Il suo stomaco era vuoto e non fu trovata traccia di nessuna sostanza pericolosa nel suo corpo. Era stata la solitudine ad avvelenarlo. Quella sera ebbe un crollo emozionale causato dalle difficili e stressanti giornate che aveva trascorso. Si arrabbiò e pianse. Pianse da solo nel suo piccolo appartamento. Si sentì dimenticato da tutti e, forse, da qualcuno in particolare. Non mangiò. Decise di bere una camomilla, di leggere qualche passo della Bibbia e di andare a dormire. La mattina, tra le due e le tre, il suo cuore interruppe i battiti. Quella verità non la conobbe mai nessuno. Sotto l’arco il commissario prese un sigaro dalla tasca del suo impermeabile e lo accese. Fece qualche tiro osservando la pioggia che cadeva dal cielo grigio. «Maledetta pioggia!» disse.

Mamma, ho visto l’uomo nero!

Abraham si svegliò di soprassalto, la sua mente era ancora avvolta dalle tenebre dell’incubo che aveva fatto. “È stato solo un brutto sogno!” pensò. In realtà il ragazzo stentava a credere che quelle visioni oniriche fossero solo frutto della sua mente, che fossero solo il risultato di una stancante giornata vissuta in quel misero paese sulla costa del Massachussets. Nonostante cercasse in tutti i modi di tranquillizzarsi e ritornare a dormire, era ben conscio di non aver mai sognato niente di simile nei suoi tredici anni di vita. L’elevato realismo di quel sogno, il senso di malvagità che era penetrato fin nel midollo delle sue giovani ossa erano qualcosa di unico e terribile. Gli era apparso quello che nessun uomo potrebbe mai immaginare. Guglie di tetre città senza nome, scolpite in una pietra aliena, nera e lucida. Città sommerse in oscuri abissi maledetti dagli Dèi su pianeti di altri universi. Luoghi blasfemi e misteriosi dove la luce non è mai arrivata, dove creature infernali si contorcono sacrificando il dolore ai loro malvagi Signori. E pensare che quel sogno fu solo il preludio di quello che vide Abraham quella notte.

Mentre era ancora nel suo letto a rigirarsi cercando di riprendere sonno, una morbosa curiosità lo colse e fece una cosa di cui si pentì per tutto il resto della sua vita. Si mise steso in posizione supina, aprì gli occhi verso il vecchio soffitto di legno e Lo vide.

Le cose che accaddero quella notte non ebbero nulla di razionale. Seppur fosse certo di trovarsi all’interno della sua stanza da letto, immerso nel buio della notte, il giovane si rese conto in quel momento di riuscire a vedere attraverso il tetto della sua abitazione. E lì fuori, al chiarore della luna c’era quella Cosa. L’essere era appollaiato sulla sommità della costruzione, rimase immobile per qualche secondo fino a che non si rese conto di essere osservato e si voltò di scatto verso Abraham. In quel momento il ragazzo fu percorso da un brivido di terrore: non aveva mai visto nulla di simile. Nonostante le tenebre lo circondassero, egli poteva scorgere distintamente quel mostro. Il suo aspetto non era qualcosa che può essere descritto facilmente; aveva le dimensioni di un orso e la sua conformazione fisica era vagamente antropomorfa. Il suo colore era grigiastro, tendente ad un verde putrescente. La testa era simile a quella di un rospo, completamente glabra. Gli occhi erano sferici, senza palpebre e senza pupilla, vitrei e neri; fuoriuscivano per buona parte dal cranio. La bocca era larga e pareva sdentata; dalle lisce labbra colava una bava verdastra. Le spalle erano curve e dalla sua schiena prendeva forma un paio di ali scheletriche ricoperte da una membrana carnosa, umida e sfilacciata in più punti. Il tronco pareva molliccio, seppur magro, ed era ricoperto da una miriade di piccole proboscidi che si contorcevano come fossero dei tentacoli. Gli arti superiori, lunghi e magri, terminavano con grandi artigli affilati. Gli arti inferiori erano della stessa consistenza del resto del corpo ma parzialmente ricoperti da una peluria nera e terminanti con zoccoli caprini. Alla fine della schiena si stendeva una lunga coda che sferzava l’aria come fosse una frusta.

Il Visitatore era inespressivo, fissava il ragazzo dall’alto della sua postazione come un uomo può essere fissato da una statua. Abraham si ricordò del suo incubo e un nuovo brivido lo percorse. Non sapeva con certezza cosa fosse ma pareva essere un abitatore di quei luoghi abominevoli che aveva visto nel sonno. Non fece quasi in tempo a collegare le due cose, che la creatura ebbe un fremito e cominciò a muoversi lentamente. Al giovane sembrò incredibile quello che stava accadendo: un Orrore Cosmico lo pervase. La cosa si posizionò esattamente sopra il letto in legno e… Cominciò a “immergersi” dal tetto nella stanza! Abraham non credette ai suoi occhi: le imponenti assi di legno secolare che formavano lo scudo della sua abitazione verso il cielo, sembrarono assumere una consistenza gelatinosa, quasi liquida, lasciando al mostro la possibilità di entrare come fosse uno spettro.

Quando la maggior parte della sua massa corporea fu dentro, un odore pestilenziale si diffuse nell’aria: pareva che la stanza fosse colma di corpi umani in decomposizione. Nello stesso istante il ragazzo, avvolto nelle sue coperte, cominciò a tremare e a sudare freddo. Non riusciva a chiudere gli occhi, era quasi ipnotizzato da quello sguardo vuoto. Percepiva su di lui il fiato dell’essere infernale, lo sentiva respirare affannosamente. Sentiva i suoi gorgoglii, i suoi rantoli, seppure non si vedessero altri orifizi oltre la bocca da anfibio. Il senso di disgusto del giovane crebbe esponenzialmente quando scoprì che la creatura gocciolava, dal suo corpo umido, una sostanza gelatinosa e fredda dall’odore nauseabondo. La creatura continuò a fluttuare sopra di lui, si avvicinò dall’alto galleggiando come una medusa nel mare. I suoi arti erano tesi e le immense ali spiegate. Abraham cercò di alzarsi, cercò di urlare ma si sentì come paralizzato. Seppur stesse gridando con tutta la sua forza, non sentì suono alcuno uscire dalla sua bocca. Sudava. Le lenzuola erano fradice del suo sudore. Sentiva le sue gambe bagnate che si dimenavano sotto le coperte scacciando invisibili tentacoli che lo costringevano all’immobilità. Cominciò a sentire freddo. Più quella creatura si avvicinava e più sentiva il gelo intorno a sé.

Un ultimo barlume di speranza confortò il giovane. Come tutti i suoi coetanei, non era molto avvezzo alla religione e alla preghiera ma riconoscendo la natura Puramente Malvagia della creatura, decise di chiedere aiuto alla Fede: cominciò a pregare. Ricorse a tutte le preghiere di sua conoscenza, tutte le preghiere che svogliatamente aveva recitato sin dall’infanzia nelle uggiose domeniche passate in chiesa. Ma nonostante il giovane, in quel momento, avesse più Fede di tutti i comuni mortali, non riuscì a fermare quel dèmone. Abraham non sapeva contro cosa stesse lottando. Non sapeva che nessuna religione esistente, nessuna preghiera, nessun incantesimo terreno avrebbe potuto fermare quella creatura. L’essere era discendente del Primo Male, fatto della stessa sostanza di esso. Era nato prima di tutti i credo, prima di tutte le religioni, prima dell’uomo e prima della Terra.

Il diavolaccio continuò a scendere verso Abraham e questi sentì la sua testa esplodere. Le vene del suo collo si gonfiarono e tutti i muscoli e gli organi gli si irrigidirono. Il freddo ormai lo aveva accolto totalmente, gli sembrò di essere immerso nei mari glaciali. Nella sua mente sentiva rombi di tuono e ruggiti alieni. Una possente voce gli parlò in una lingua abominevole e blasfema. Sentì le forze venire meno. Svenne.

Perché non scrivi?

Alfonso Palma, Statua nel parco di sera. Immagine trovata casualmente su Google.

L’umidità della notte cominciava a diffondersi nell’aria. Tre ragazzi erano soli in un parco giochi circondato dagli alberi di pino. Accanto a loro, in strada, le automobili sfrecciavano arroganti nei loro lucidi gusci di acciaio, specchi per la superbia dei loro conducenti. I tre ragazzi, invece, sembravano essere fuori luogo, come nati nel tempo e nel posto sbagliati. Eppure erano lì, come tante volte. Come sempre.

«Perché non scrivi?» disse Primo appoggiando il braccio sull’asse di legno di uno di quei castelli dove i bambini adorano arrampicarsi «sarei curioso di leggere quello che potresti scrivere ora.»

«Ci stavo pensando…» rispose Secondo «Stavo pensando di scrivere per “esorcizzare”…»

Primo lo interruppe bruscamente: «Non devi scrivere per esorcizzare! Non si scrive per esorcizzare!»

Secondo sbuffò. Era un periodo strano, uno di quei periodi nei quali tutto quello che accade sembra non avere un senso logico. Quando ci si mette in mezzo l’amore poi… Di logico non rimane proprio un bel niente. Forse le pietre non cadono verso l’alto proprio perché l’uomo rischierebbe di impazzire per davvero. Amore, che parola difficile. Amore non corrisposto. Amore non corrisposto con in mezzo un terzo incomodo. Un classico.

«Insomma, con tutto quello che è successo. Con questa situazione. Credo che sarei monotono: rischierei di parlare della stessa cosa…» affermò Secondo mentre faceva trazioni con le braccia su una corda posta in verticale nel medesimo castello.

«È normale scrivere di sé all’inizio. Per il primo mese, per più tempo, anche per un anno!» lo tranquillizzò Primo e aggiunse: «anche a me è successo. Ora posso scrivere di tutto; purtroppo però la gente, a volte, continua a pensare che io scriva della mia vita.»

Rise.

«Non lo so» rispose Secondo «credo morirei dalla voglia di condividere quello che penso, per farlo sapere. Per dire la mia. Forse è meglio per tutti che non mi metta a scrivere!»

«Non devi per forza condividere tutto, puoi semplicemente scrivere in forma anonima e condividere ciò che vorrai.» gli consigliò Primo.

Un rumore gracchiante ruppe il silenzio. Terzo aveva premuto il pulsante sul suo cellulare facendo partire una canzone. Era steso su una panchina sonnecchiando e canticchiando sulle note di quel motivo. I suoi due amici si voltarono verso di lui e gli rivolsero parole scherzose prendendosene gioco. Terzo rise.

Tutti e tre lì, insieme. Come tante volte. Come sempre.

Secondo cominciò a pensarci su. Forse avrebbe scritto, magari partendo da sé stesso. 

Forse ha già cominciato. Forse no.

Perdonatemi se vi ho tediato e scusatemi per aver parlato di me.

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